Una fiamma oscura

Riascoltare questo album di Springsteen dopo un po’ di tempo, e ripensare ai tanti momenti della mia vita scanditi dalla sua colonna sonora. I primi e più nitidi ricordi li ho delle nostre trasferte estive per la villeggiatura calabra. La musicassetta su cui era stato riversato (così come quelle che contenevano  svariati album dei Pink Floyd e dei Dire Straits, ai quali prima o poi dovrò pagare pegno su queste pagine), era ospite pressoché quotidiana nello stereo dell’auto lungo il viaggio della speranza, sia all’andata che al ritorno, spesso con partenza a tarda sera e che si concludevano all’alba.  Forse è per questo che Darkness in The Edge Of Town e Nebraska sembravano particolarmente adatti come colonna sonora. Forse è per questo che sono i miei album preferiti di Springsteen. E non solo. Anche le trasferte per andare a cercare il tratto di mare più pulito della costa jonica, in quei giorni di luglio e agosto a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Ricordo che la mia canzone preferita da ascoltare in macchina era Candy’s Room, per la sua cavalcata adrenalinica e il suono malsano della chitarra solista (mai malsano quanto quella di Adam Raised a Cain).

Parliamo di un’epoca in cui avevo superato i dieci anni, ma prima dell’adolescenza vera e propria. Anni dopo, mio fratello avrebbe sviluppato una fede ostinata nella sua musica, che condividevo in larga parte. Entrambi lo avremmo visto più volte in concerto, a partire dall’epoca del tour di The Ghost of Tom Joad”, poco prima dei miei diciotto anni, ci saremmo rapportati ai suoi album con l’acquisita consapevolezza di conoscitori del testo inglese, e lo avremo celebrato come alfiere e massimo cantore dei loners in rock, eroi disadattati che emergevano dalle sue parole, tratteggiate ricalcando un’istantanea di sé stesso adolescente timido e privo di un’identità riconoscibile finché non si era visto allo specchio con la chitarra imbracciata, ma all’epoca noi non capivamo nulla di tutta questa agiografia che ora è sacra scrittura del rock. Anni dopo ne avrei apprezzato i testi. All’epoca il disco mi colpiva credo per la sua alternanza di luminosa energia e oscura malinconia e un certo sapore di violenza repressa. Una voce quella di Bruce in questo album, mai così intensa, disperata e graffiante prima, e quasi mai altrettanto dopo. Una chitarra che grondava ruggine più che overdrive dai solchi nel vinile. Un impatto chitarristico maggiore che nei lavori passati, dato dai contributi del band leader e di Stevie Van Zandt, ma il pianoforte di Roy Bittan proprio nel gusto minimale delle sue parti riusciva a trovare sempre la giusta incisività ed evidenza. Il sassofonista Clarence, il grande Uomo Nero che se n’è andato troppo presto riusciva ad amalgamarsi nel sound d’insieme persino nei soli, così come faceva Federici all’organo. Max il batterista era al suo apogeo, nel disco ma anche nelle esecuzioni live sparava mitragliate sul roullant.

In questo disco iniziava quella transizione lenta che porterà Springteen a evolvere da rocker proletario e scanzonato a working class hero per i suoi estimatori, a Re degli zoticoni per i suoi detrattori.

La gioventù gaudente cedeva il posto a quella problematica, ma sempre gioventù era, e se non era rimasta la spensieratezza, c’erano ancora i sogni di un domani migliore, di riscatto morale prima ancora che sociale.

Questo album catturava qualcosa, se non del sound e del look (ma da notare quanto appariva dimesso e sfrondato di orpelli il cantante nella foto della copertina e del suo retro), quantomeno delle tematiche di fondo del movimento punk di quegli anni. Ma lo faceva senza rinnegare ciò che di buono la storia del rock aveva lasciato. E qualcosa dell’irruenza dello spensierato Born To Run persisteva. Era un disco che gettava e getta un ponte tra varie stagioni del rock. Molto dello Springsteen come lo consociamo ancora oggi è nato in queste tracce. Per questo, parafrasando il critico Ignacio Julia, la fiamma della sua bellezza oscura non si spegnerà mai.

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