Con le orecchie tese

Per quanto fosse incredibile, non si ricordò ch’era trascorso un anno esatto fino a ora di cena, quando sedendosi a tavola vide che sua moglie aveva apparecchiato per tre, come aveva continuato a fare spesso nei primi tempi. Si spiegò così quel senso di vaga eccitazione cui l’aveva vista preda per tutto il giorno. Sapeva che aveva pulito nella camera del ragazzo, forse persino cambiato le lenzuola. Lui non le aveva detto niente, né lo fece in quel momento osservando le posate davanti al posto vuoto. Il medico che li aveva assistiti nei primi tempi era stato molto chiaro con lui: i comportamenti di Anna andavano tollerati come un naturale sfogo iniziale, salvo che avessero assunto carattere persistente e degenerativo. Difatti, prima che passasse un mese, lei aveva smesso di apparecchiare per il ragazzo, e di aspettare alzata la notte. Aveva lasciato la stanza del figlio così come era, senza dare via le sue cose, ma questo neanche lui aveva ancora cuore di farlo. Per il momento almeno. Ognuno si leccava le ferite a modo suo. Ecco perché si era dimenticato di quel maledetto anniversario. Mentre la sua ancora di salvezza erano queste strane amnesie, quella di sua moglie erano le occasionali fughe dalla realtà in un passato irrimediabilmente perduto. Certe volte la invidiava: sembrava persino che il dolore la avesse invecchiata meno di lui, forse perché l’ala nera della rassegnazione non si era ancora chiusa completamente su di lei.

Mangiarono in silenzio, tutti e due senza mostrare particolare appetito. Dopo, mentre lei lavava i piatti con lentezza, il marito guardò un po’ di televisione seduto sul divano. Aveva l’abitudine di smorzare il volume pur mantenendolo udibile, creando un sottofondo sonoro che lo aiutava a scivolare in un languido dormiveglia, mentre fissava lo schermo, finché non veniva ora di coricarsi.

«Gigi?» Lei lo stava chiamando.

«Mm…che c’è?»

Riemerse con fatica e a malincuore dal sonno. Si era addormentato davanti ad un documentario sui parchi naturali, e in sogno aveva rivissuto una scampagnata fatta insieme, quando il figlio era piccolo, nella foresta Umbra, durante una villeggiatura sul Gargano. La vide seduta sul divano accanto a lui.

«Sai, credo che stasera mi coricherò più tardi.»
«Humm… e perché?»
«Gigi, è tutto il giorno che ho una sensazione…secondo me Fabio tornerà a casa per dormire, stanotte.»
Tutte le autodifese verbali, le frasi rassicuranti pazientemente costruite e provate nei mesi precedenti, nel caso in cui la moglie desse davvero fuori di matto, gli morirono in gola. «Anna…» farfugliò con voce fessa, il volto sbiancato. Lei lo incalzò.
«Lo so che pensate tu e il dottore, che sono una vecchia sola che è diventata pazza. Per questo non ho detto più niente e sono stata buona. Ma stanotte…», la voce tremolava. «…io devo restare sveglia. Cosa penserebbe di me? Lui aveva promesso, ricordi? Diceva che sarebbe sempre tornato, ricordi come ci prendeva in giro? “Non vi preoccupate, posso fare tardi, ma i letti degli altri sono meno comodi, e qui si mangia meglio!” E non sai da quanto tempo prego in silenzio tutto il giorno che lui mantenga la promessa, perché lui diceva…diceva che…», la voce si spezzò definitivamente.
«Anna…» Lui non sembrava in grado di dire altro, ma poi pianse con lei, stringendola forte, ricambiato, nel primo vero abbraccio tra loro dopo tanto tempo. Lui capì che non avrebbero mai potuto coricarsi proprio in quella notte.
Così aspettavano insieme, seduti al buio, rivolti verso il balcone che dava sulla strada, le orecchie tese a captare il rumore delle auto che scorrevano sulla strada senza imboccare il loro viale poco illuminato. Così avevano fatto per anni, da quando Fabio aveva iniziato a uscire con gli amici, in principio quattro passi a piedi fino al vicino centro, poi a scorrazzare con le moto, e infine sulle auto veloci. Così fino a un anno fa, ma quella notte si erano infine appisolati, e all’alba il telefono che squillava li aveva svegliati.
Le ore passarono silenziose, finché lui non scivolò di nuovo in un sonno vigile. Di tanto in tanto un rumore lontano lo risvegliava, e vedeva sua moglie rigida sulla poltrona, gli occhi spalancati nel buio. Eppure, fu lui a sentire per primo.
Sembrava solo un’altra auto che stesse passando sulla vicina strada, solo più lenta e col motore che arrancava. Ma lui aveva orecchio per i motori, aveva fatto per anni il carrozziere, ne riconosceva i suoni come se fossero voci umane.
Possibile che fosse….
Ora anche Anna si era drizzata, perché l’auto aveva rallentato ancora.
Poi la udirono imboccare il loro vialetto.
Lui aspettava davanti ai vetri del balcone, trattenendo il respiro.
L’auto arrivò sbuffando e quasi caracollando. Pareva incredibile che potesse anche solo muoversi. Il muso era pesantemente segnato e rientrato per una grossa ammaccatura centrale, parabrezza e finestrini avevano i vetri schiantati. Le ruote erano storte, con le gomme corrose. Parevano quasi mangiate dal fuoco, che aveva divorato buona parte della vernice.
Ma anche così poteva riconoscere la Ford Fiesta bordeaux di Pino ed Alessio, i due fratelli che Fabio conosceva dalle elementari.
Lei stava correndo ad affacciarsi al balcone, ma Gigi la bloccò, e le tenne una mano sulla bocca, portandola in fondo alla stanza.
Una volta l’auto arrivava con gran fracasso, sgommando nel viale, qualsiasi ora fosse. Poi, prima che il ragazzo salisse, spesso si trattenevano a chiacchierare o a salutarsi a gran voce e ridendo, svegliando tutti abitanti del viale.
Stavolta invece si udirono parole incomprensibili, pronunciate da voci gorgoglianti, che sembravano sputare denti e pezzi di carne.
Poi la portiera si aprì con un cigolio cattivo, richiudendosi poi sferragliando. Arrischiando una fugace occhiata dal balcone, videro una sagoma indistinta barcollare verso il palazzo, mentre ad ogni passo, delle cose cadevano da quel corpo disfatto e divorato dalle fiamme.
Si ritrassero subito dinanzi all’orrore, e tirarono le tendine.
Possibile che avesse aperto il portone con le sue chiavi, mai ritrovate sul luogo dell’incidente?
Non importava, ben prima di sentire quel passo strascicato salire le scale e arrestarsi oltre la soglia, Gigi aveva sprangato la porta robusta col doppio paletto, e ora ci premeva contro con la schiena. Lei lo guardava bianca come marmo, conscia finalmente di cosa avesse fatto, di cosa avessero riportato indietro le sue preghiere. Poi dovette sostenerla, perché si stava accasciando. Così in quel momento si trovava rannicchiato con la schiena alla porta, stringendola forte a sé, gocce salate
tracciavano liquidi sentieri sul viso, scendendo dai suoi occhi.
La cosa lì fuori bussava con ira e grattava sul legno della porta, grugnendo in modo inumano.
E l’alba era ancora lontana.

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