Le cantine del dolore, i giardini segreti del lutto

Piccola premessa. Poiché, come ben sapete, scrivo su questo spazio solo quando lo ritengo strettamente necessario, data la mia arcinota pigrizia, flemma, accidia e quant’altro, dopo la recentissima visione (finalmente) del film Babadook mi sono interrogato sull’opportunità o meno di scrivere pubblicamente la mia opinione sul film. Innanzitutto perché su questo film altri hanno già parlato (per una recensione significante, tecnicamente competente e ricca di spunti analitici vi rimando qui)  molto meglio di quanto io potrei mai sperare di fare. Inoltre, io ho una rapporto un po’ ambivalente con la critica alle opere di narrazione. Perché se l’opera, soprattutto quella cinematografica, è davvero pregevole e quindi in grado di veicolare il suo testo e i suoi sotto-testi in modo soddisfacente, allora le parole spese c’è il rischio che siano nella migliore delle ipotesi inutili e nella peggiore fuorvianti. Se l’opera invece non è in grado di veicolarli in modo sufficientemente chiaro, una recensione o una critica non possono certo rimediare a quella che per mia convinzione finisce con l’essere una grave tara dell’opera, e quindi, ancora una volta, si tratta di parole inutili. Quindi ci ho pensato un po’. A farmi decidere di voler parlare di Babadook è stata la lettura delle reazioni al film sui vari gruppi dedicati all’horror che frequento, a cui sono iscritto, che ho sbirciato compatibilmente all’esigenza di evitare spoiler. Premetto che, grazie alla rece del buon Elvezio, sapevo già da tempo quale tipologia di film dovevo aspettarmi. Così come non mi aspettavo che un’opera di questo tipo, sostenuta non da gore o splatter ma da convulsioni facciali e articolari, da sguardi enigmatici e rictus improvvisi, ombre fluide e luci malsane, avrebbe incontrato il favore dei gore-addicted. Tuttavia, già prima della visione del film, il proliferare di commenti dal tenore “è una cagata pazzesca(…)non succede praticamente nulla tutto il film (…) il peggior film horror che ho mai visto”, e con annesse frequenti degenerazioni violente delle discussioni, mi ha intristito non poco. Così come mi ha intristito vedere come la domanda ricorrente nelle discussioni è “Ma fa davvero così paura?” Ritengo nocive le generalizzazioni, in qualsiasi campo. Ma se per un verso sarebbe sbagliato e fin troppo facile gridare all’imbarbarimento, trovo sconfortante constatare che buona parte degli attuali fruitori delle narrazioni perturbanti si comportano come se fossero sprovvisti degli strumenti analitici e cognitivi per approcciare un’opera di tale importanza per il genere, e in generale di rapportarsi a tali narrazioni fruendo e godendo appieno degli spunti e stimoli che tali narrazioni possono dare. Quindi il senso di spendere delle parole sul film può essere appunto questo: fornire alcuni riferimenti e delle chiavi d’interpretazione che consentano di accostarsi al film in modo più ricettivo, aperto, poterne recepire gli stimoli perturbanti (che, come si è detto e si vedrà più in dettaglio, non sfruttano tanto lo splatter, qui latitante, ma il grado d’empatia con i personaggi e la condivisione delle loro intime fragilità e sofferenze). Per tutti gli altri, che magari condividono una visione e concezione di tali narrazioni più vicina alla mia, questa può essere l’occasione per uno scambio di pareri sul film.

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Ho visto al cinema il film Babadook dopo aver già visionato (in lingua originale) il precedente cortometraggio di Jennifer Kent “Monster”, la cui idea originaria ha fornito lo spunto per questo film. Molti sconsigliavano la visione del corto prima di aver visionato il lungometraggio, devo dire che tale fattore non mi ha penalizzato più di tanto. Sebbene gli elementi di fondo siano già presenti in Monster, anche se molti solo suggeriti , e la sequenza finale sia quasi identica, il corto originario si presta secondo me a varie letture alternative nella cornice di una rivisitazione del tema classico dello spauracchio infantile.

Del resto, lo stesso finale viene ad acquisire una ben diversa valenza e pregnanza alla luce del lavoro di caratterizzazione, scrittura e messa in scena di psicodramma che la regista ha imbastito nella sua prima prova nel lungometraggio.

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Subito dopo il termine della visione, volendo cercare a memoria parallelismi e rimandi ad altre opere narrative quanto ai temi conduttori, anziché trovarle con quelle di genere affine, per esempio altre rivisitazioni in chiave letteraria e cinematografica del tema dell’Uomo Nero, mi è tornata con prepotenza alla memoria un’importante lettura della mia infanzia che è il romanzo “Secret Garden” di F. H. Burnett. Sì, perché Babadook, che si presenta come variazione sul classico tema dell’Uomo Nero, Babau, Bogeyman o che dir si voglia, è in realtà penetrante, incisiva e perturbante rappresentazione simbolica sia del lutto familiare e dell’incapacità di rapportarsi a esso, sia spaccato di famiglia disfunzionale, e nel trattamento di questi temi è fortemente affine al romanzo di cui sopra, opera del tutto priva di elementi di horror soprannaturale ma apparentata, quantomeno per la tipica ambientazione geografica e cronologica, e se vogliamo per certe atmosfere ammantante di angoscia e mistero, al racconto gotico inglese. La storia dovrebbe essere nota anche ai sassi (anche perché sdoganata da una trasposizione anime diffusa sulle emittenti italiane qualche anno fa, a mio parere molto poco aderente all’originale soprattutto quanto a caratterizzazione dei personaggi): Mary, bambina inglese cresciuta in India da genitori che le hanno dato ben poco affetto, rimasta orfana va a stare a casa dello zio, una tetra magione nella brughiera dello Yorkshire. Lo zio è vedovo, e la moglie è morta a seguito di una  tragica caduta avvenuta in un giardino segreto della proprietà, di cui amava curare le rose. Nel corso della storia Mary, che inizia a reagire ai suoi problemi di an-affettività socializzando con la famiglia contadina della cameriera Martha, giunge a scoprire sia la chiave e il passaggio per il giardino segreto, lasciato abbandonato e incolto da suo zio perché gli ricordava troppo la moglie e la sua tragica fine, e inoltre scopre dell’esistenza di suo cugino, Colin, anch’egli tenuto nascosto come il giardino segreto per gli tessi motivi. Somiglia troppo alla madre, e il padre non può tollerare di rivivere il suo lutto ogni volta che lo vede, per cui lo tiene pressoché segregato e gli ha instillato il terrore della disabilità, della gobba e di altre malattie immaginarie.

Una situazione analoga ma vissuta nell’ottica di una giovane vedova costituisce l’incipit del film: quasi sette anni prima, il marito di Amelia è morto in un incidente d’auto mentre accompagnava lei, partoriente, in ospedale. Samuel è nato nello stesso giorno della morte di suo padre, e per questo non può festeggiare il compleanno nel giorno giusto, perché sua madre ha reagito al lutto con un meccanismo di negazione su tutti i fronti perdurante nel tempo. Il marito non può essere nominato. Il giorno del compleanno di suo figlio non può essere festeggiato. Così come non le si può far notare che il figlio giorno dopo giorno manifesta in modo crescente delle naturali similitudini, soprattutto caratteriali, con il defunto genitore.

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Anche nel film abbiamo un luogo fisico che diviene tabù. Nel libro era il giardino segreto, qui è la cantina in cui sono conservati tutti i cimeli del defunto Oskar. Spazio che Amelia ha adibito a monumento del suo lutto e del ricordo del marito, in cui sovente Sam irrompe con il suo disperato bisogno del padre che è al contempo anche percorso di ricerca identitaria e manifestazione del desiderio di affetto che sua madre non soddisfa. Non perché lei non voglia o non provi a farlo, ma perché la sua personalità mutilata dal lutto, che ha rimosso evitando il confronto con esso non le permette di tornare a vivere una piena affettività.

Il sonno della ragione, si sa, genera mostri. E lo fa anche il rifiuto di confrontarsi con i propri traumi. O meglio, li ingigantisce, impedisce di superarli, li fa crescere nel nostro animo finché ti presentano, ancora più spaventosi di prima, il conto da pagare. E mentre nel romanzo Colin personifica il mostro interiore creatogli dall’an-affettività del genitore somatizzandolo in numerose malattie immaginarie, nel film le cose vanno in maniera diversa. Il rifiuto di Amelia fa scaturire numerosi problemi comportamentali in Sam, tra cui un’aggressività che lui incanala rivolgendola a dei mostri immaginari. Ma è davvero così? Quando l’aggressività del bambino trova un bersaglio meglio identificato nel misterioso Mr. Babadook, complice un orribile libro animato che viene ritrovato in casa dal bambino, Amelia inizia progressivamente ad avere dei dubbi, arrivando a credere di essere perseguitata da uno stalker. Ma la minaccia è molto più orribile e subdola: Babadook “cresce sotto la tua pelle”, e Amelia, presa dal terrore di questa minaccia misteriosa che le logora i nervi, non si accorge di essere lei stessa a divenire, progressivamente, un pericolo per il suo stesso figlio. E comprende troppo tardi che l’accorata e  ripetuta preghiera di Sam(«non farlo entrare!») si riferisce a ben altro che al pericolo che un estraneo entri in casa…

Chi mi conosce sa già probabilmente che la capacità del genere horror di affrontare temi come l’elaborazione del lutto e il disagio relazionale è la ragione principale che mi ha portato e tuttora mi porta a interfacciarmi, a più livelli, con questa tipologia di narrazioni. Non posso quindi che essere felice già in partenza quando si fa una scelta di questo tipo in un’opera. Soprattutto come in questo caso in cui, al di là della prima e più immediata lettura del mostro come personificazione, verrebbe da dire “ectoplasmatica” del trauma luttuoso e del senso di colpa, vi è tutta una serie di letture alternative legate alla sottile analisi psicologica sottesa al film.

La sua forza sta anche, fino al finale(e forse anche oltre esso, volendo adottare come chiave di lettura il simbolismo psicologico), nel fatto di sapersi mantenere in bilico, come le storie del buon vecchio zio Edgar, tra storia sovrannaturale e cronaca di tragedia familiare. Questo fondamentalmente perché Babadook diventa pericoloso attuando una sorta di possessione, il che apre la strada al classico dilemma di questo tipo di storie: Influenza maligna o disturbo mentale? Non conta secondo me la capacità o la volontà di rispondere a questa domanda da parte della regista, quanto l’idoneità del Babadook nel saper incarnare simbolicamente il tema centrale del confronto e superamento con il trauma dell’abbandono.

Così come non conta se questo film faccia o meno paura davvero, come sui social network ci si chiede con insistenza. Un film in cui il gore e l’orrido cinematografico sono del tutto assenti, eccezion fatta per il minimo sindacale che ci si aspetta di trovare in un horror sovrannaturale, e che riesce a essere perturbante nella misura in cui lo spettatore è disposto in primis a sviluppare empatia per i protagonisti, e in secondo luogo sapersi confrontare lui stesso con la problematica del superamento dell’evento luttuoso e del trauma da abbandono.

Perché, al di là del recupero di una concezione del perturbante che definisco freudiana, uno dei valori aggiunti del film lo vedo nel mostrare un approccio alla gestione del lutto che travalica lo specifico contesto familiare in cui si svolge la storia narrata, e di cui può fare tesoro chiunque.

Emblematico in questo senso il messaggio che si può leggere nel finale, per nulla consolatorio ma prezioso, perché contiene non solo una chiave per la sopravvivenza ma anche una speranza di rinascita: una volta vomitato fuori il dolore che ci possedeva spingendoci verso il male e l’autodistruzione, non finisce mica qui. Non ci si può mai liberare completamente del lutto/Babadook. Ci si deve convivere, talvolta bisogna guardarlo in faccia, addirittura  nutrirlo e assicurargli un minimo di sopravvivenza. L’unico modo per non finirne posseduti.

Una fiamma oscura

Riascoltare questo album di Springsteen dopo un po’ di tempo, e ripensare ai tanti momenti della mia vita scanditi dalla sua colonna sonora. I primi e più nitidi ricordi li ho delle nostre trasferte estive per la villeggiatura calabra. La musicassetta su cui era stato riversato (così come quelle che contenevano  svariati album dei Pink Floyd e dei Dire Straits, ai quali prima o poi dovrò pagare pegno su queste pagine), era ospite pressoché quotidiana nello stereo dell’auto lungo il viaggio della speranza, sia all’andata che al ritorno, spesso con partenza a tarda sera e che si concludevano all’alba.  Forse è per questo che Darkness in The Edge Of Town e Nebraska sembravano particolarmente adatti come colonna sonora. Forse è per questo che sono i miei album preferiti di Springsteen. E non solo. Anche le trasferte per andare a cercare il tratto di mare più pulito della costa jonica, in quei giorni di luglio e agosto a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Ricordo che la mia canzone preferita da ascoltare in macchina era Candy’s Room, per la sua cavalcata adrenalinica e il suono malsano della chitarra solista (mai malsano quanto quella di Adam Raised a Cain).

Parliamo di un’epoca in cui avevo superato i dieci anni, ma prima dell’adolescenza vera e propria. Anni dopo, mio fratello avrebbe sviluppato una fede ostinata nella sua musica, che condividevo in larga parte. Entrambi lo avremmo visto più volte in concerto, a partire dall’epoca del tour di The Ghost of Tom Joad”, poco prima dei miei diciotto anni, ci saremmo rapportati ai suoi album con l’acquisita consapevolezza di conoscitori del testo inglese, e lo avremo celebrato come alfiere e massimo cantore dei loners in rock, eroi disadattati che emergevano dalle sue parole, tratteggiate ricalcando un’istantanea di sé stesso adolescente timido e privo di un’identità riconoscibile finché non si era visto allo specchio con la chitarra imbracciata, ma all’epoca noi non capivamo nulla di tutta questa agiografia che ora è sacra scrittura del rock. Anni dopo ne avrei apprezzato i testi. All’epoca il disco mi colpiva credo per la sua alternanza di luminosa energia e oscura malinconia e un certo sapore di violenza repressa. Una voce quella di Bruce in questo album, mai così intensa, disperata e graffiante prima, e quasi mai altrettanto dopo. Una chitarra che grondava ruggine più che overdrive dai solchi nel vinile. Un impatto chitarristico maggiore che nei lavori passati, dato dai contributi del band leader e di Stevie Van Zandt, ma il pianoforte di Roy Bittan proprio nel gusto minimale delle sue parti riusciva a trovare sempre la giusta incisività ed evidenza. Il sassofonista Clarence, il grande Uomo Nero che se n’è andato troppo presto riusciva ad amalgamarsi nel sound d’insieme persino nei soli, così come faceva Federici all’organo. Max il batterista era al suo apogeo, nel disco ma anche nelle esecuzioni live sparava mitragliate sul roullant.

In questo disco iniziava quella transizione lenta che porterà Springteen a evolvere da rocker proletario e scanzonato a working class hero per i suoi estimatori, a Re degli zoticoni per i suoi detrattori.

La gioventù gaudente cedeva il posto a quella problematica, ma sempre gioventù era, e se non era rimasta la spensieratezza, c’erano ancora i sogni di un domani migliore, di riscatto morale prima ancora che sociale.

Questo album catturava qualcosa, se non del sound e del look (ma da notare quanto appariva dimesso e sfrondato di orpelli il cantante nella foto della copertina e del suo retro), quantomeno delle tematiche di fondo del movimento punk di quegli anni. Ma lo faceva senza rinnegare ciò che di buono la storia del rock aveva lasciato. E qualcosa dell’irruenza dello spensierato Born To Run persisteva. Era un disco che gettava e getta un ponte tra varie stagioni del rock. Molto dello Springsteen come lo consociamo ancora oggi è nato in queste tracce. Per questo, parafrasando il critico Ignacio Julia, la fiamma della sua bellezza oscura non si spegnerà mai.

Con le orecchie tese

Per quanto fosse incredibile, non si ricordò ch’era trascorso un anno esatto fino a ora di cena, quando sedendosi a tavola vide che sua moglie aveva apparecchiato per tre, come aveva continuato a fare spesso nei primi tempi. Si spiegò così quel senso di vaga eccitazione cui l’aveva vista preda per tutto il giorno. Sapeva che aveva pulito nella camera del ragazzo, forse persino cambiato le lenzuola. Lui non le aveva detto niente, né lo fece in quel momento osservando le posate davanti al posto vuoto. Il medico che li aveva assistiti nei primi tempi era stato molto chiaro con lui: i comportamenti di Anna andavano tollerati come un naturale sfogo iniziale, salvo che avessero assunto carattere persistente e degenerativo. Difatti, prima che passasse un mese, lei aveva smesso di apparecchiare per il ragazzo, e di aspettare alzata la notte. Aveva lasciato la stanza del figlio così come era, senza dare via le sue cose, ma questo neanche lui aveva ancora cuore di farlo. Per il momento almeno. Ognuno si leccava le ferite a modo suo. Ecco perché si era dimenticato di quel maledetto anniversario. Mentre la sua ancora di salvezza erano queste strane amnesie, quella di sua moglie erano le occasionali fughe dalla realtà in un passato irrimediabilmente perduto. Certe volte la invidiava: sembrava persino che il dolore la avesse invecchiata meno di lui, forse perché l’ala nera della rassegnazione non si era ancora chiusa completamente su di lei.

Mangiarono in silenzio, tutti e due senza mostrare particolare appetito. Dopo, mentre lei lavava i piatti con lentezza, il marito guardò un po’ di televisione seduto sul divano. Aveva l’abitudine di smorzare il volume pur mantenendolo udibile, creando un sottofondo sonoro che lo aiutava a scivolare in un languido dormiveglia, mentre fissava lo schermo, finché non veniva ora di coricarsi.

«Gigi?» Lei lo stava chiamando.

«Mm…che c’è?»

Riemerse con fatica e a malincuore dal sonno. Si era addormentato davanti ad un documentario sui parchi naturali, e in sogno aveva rivissuto una scampagnata fatta insieme, quando il figlio era piccolo, nella foresta Umbra, durante una villeggiatura sul Gargano. La vide seduta sul divano accanto a lui.

«Sai, credo che stasera mi coricherò più tardi.»
«Humm… e perché?»
«Gigi, è tutto il giorno che ho una sensazione…secondo me Fabio tornerà a casa per dormire, stanotte.»
Tutte le autodifese verbali, le frasi rassicuranti pazientemente costruite e provate nei mesi precedenti, nel caso in cui la moglie desse davvero fuori di matto, gli morirono in gola. «Anna…» farfugliò con voce fessa, il volto sbiancato. Lei lo incalzò.
«Lo so che pensate tu e il dottore, che sono una vecchia sola che è diventata pazza. Per questo non ho detto più niente e sono stata buona. Ma stanotte…», la voce tremolava. «…io devo restare sveglia. Cosa penserebbe di me? Lui aveva promesso, ricordi? Diceva che sarebbe sempre tornato, ricordi come ci prendeva in giro? “Non vi preoccupate, posso fare tardi, ma i letti degli altri sono meno comodi, e qui si mangia meglio!” E non sai da quanto tempo prego in silenzio tutto il giorno che lui mantenga la promessa, perché lui diceva…diceva che…», la voce si spezzò definitivamente.
«Anna…» Lui non sembrava in grado di dire altro, ma poi pianse con lei, stringendola forte, ricambiato, nel primo vero abbraccio tra loro dopo tanto tempo. Lui capì che non avrebbero mai potuto coricarsi proprio in quella notte.
Così aspettavano insieme, seduti al buio, rivolti verso il balcone che dava sulla strada, le orecchie tese a captare il rumore delle auto che scorrevano sulla strada senza imboccare il loro viale poco illuminato. Così avevano fatto per anni, da quando Fabio aveva iniziato a uscire con gli amici, in principio quattro passi a piedi fino al vicino centro, poi a scorrazzare con le moto, e infine sulle auto veloci. Così fino a un anno fa, ma quella notte si erano infine appisolati, e all’alba il telefono che squillava li aveva svegliati.
Le ore passarono silenziose, finché lui non scivolò di nuovo in un sonno vigile. Di tanto in tanto un rumore lontano lo risvegliava, e vedeva sua moglie rigida sulla poltrona, gli occhi spalancati nel buio. Eppure, fu lui a sentire per primo.
Sembrava solo un’altra auto che stesse passando sulla vicina strada, solo più lenta e col motore che arrancava. Ma lui aveva orecchio per i motori, aveva fatto per anni il carrozziere, ne riconosceva i suoni come se fossero voci umane.
Possibile che fosse….
Ora anche Anna si era drizzata, perché l’auto aveva rallentato ancora.
Poi la udirono imboccare il loro vialetto.
Lui aspettava davanti ai vetri del balcone, trattenendo il respiro.
L’auto arrivò sbuffando e quasi caracollando. Pareva incredibile che potesse anche solo muoversi. Il muso era pesantemente segnato e rientrato per una grossa ammaccatura centrale, parabrezza e finestrini avevano i vetri schiantati. Le ruote erano storte, con le gomme corrose. Parevano quasi mangiate dal fuoco, che aveva divorato buona parte della vernice.
Ma anche così poteva riconoscere la Ford Fiesta bordeaux di Pino ed Alessio, i due fratelli che Fabio conosceva dalle elementari.
Lei stava correndo ad affacciarsi al balcone, ma Gigi la bloccò, e le tenne una mano sulla bocca, portandola in fondo alla stanza.
Una volta l’auto arrivava con gran fracasso, sgommando nel viale, qualsiasi ora fosse. Poi, prima che il ragazzo salisse, spesso si trattenevano a chiacchierare o a salutarsi a gran voce e ridendo, svegliando tutti abitanti del viale.
Stavolta invece si udirono parole incomprensibili, pronunciate da voci gorgoglianti, che sembravano sputare denti e pezzi di carne.
Poi la portiera si aprì con un cigolio cattivo, richiudendosi poi sferragliando. Arrischiando una fugace occhiata dal balcone, videro una sagoma indistinta barcollare verso il palazzo, mentre ad ogni passo, delle cose cadevano da quel corpo disfatto e divorato dalle fiamme.
Si ritrassero subito dinanzi all’orrore, e tirarono le tendine.
Possibile che avesse aperto il portone con le sue chiavi, mai ritrovate sul luogo dell’incidente?
Non importava, ben prima di sentire quel passo strascicato salire le scale e arrestarsi oltre la soglia, Gigi aveva sprangato la porta robusta col doppio paletto, e ora ci premeva contro con la schiena. Lei lo guardava bianca come marmo, conscia finalmente di cosa avesse fatto, di cosa avessero riportato indietro le sue preghiere. Poi dovette sostenerla, perché si stava accasciando. Così in quel momento si trovava rannicchiato con la schiena alla porta, stringendola forte a sé, gocce salate
tracciavano liquidi sentieri sul viso, scendendo dai suoi occhi.
La cosa lì fuori bussava con ira e grattava sul legno della porta, grugnendo in modo inumano.
E l’alba era ancora lontana.

(ri)Cominciamo

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Nel fare questo sforzo, davvero minimo sindacale, di introduzione e benvenuto, vorrei mettere sull’avviso tutti coloro i quali potrebbero incorrere nell’errore, peraltro scusabilissimo, di scambiare questo spazio per un blog.

Gestire un blog a mio modesto parere presuppone una serie di attitudini verso le quali la mia propensione oscilla tra l’assoluta carenza e l’uso saltuario senza carattere di dipendenza.

La prima attitudine cui mi riferisco è la continuità sistematica. Io stesso, in verità, la ricerco (pretendo?) nei rarissimi casi in cui mi appassiono a seguire il blog di qualche amico o sconosciuto che magari mi ha colpito con un articolo. Se la ricercherete in me e in questo mio spazio siete destinati a restare inevitabilmente delusi e arrabbiati quasi allo stesso modo del  mio caro e affezionatissimo editore quando mi chiede come sto procedendo nel completamento del mio primo romanzo. Sono una persona per la quale il blocco creativo non è una spettrale chimera, ma al contrario una normalità così presente nella mia vita, dentro e fuori i suoi momenti di lavoro creativo e intellettuale da essere diventata una parola che ispira più noia che panico, e ciò, unito a un modus vivendi (recte, supravivendi, forse) oltremodo stressante e sregolato e una congenita volubilità e incostanza mi rende incapace di garantire frequenza nei post. Riprova di ciò sarebbe che questo spazio wordpress è stato creato svariati mesi fa, tuttavia solo con l’anno nuovo (e conseguente vita nuova, o morte nuova, chissà?!) mi sono trovato nella predisposizione psicologica per dedicarmici con il minimo sindacale necessario di convinzione, passione e voglia propositiva (eufemismo per dire che ho trovato finalmente cinque minuti e la voglia di smanettare un po’ con il funzionamento di wordpress.

Quindi, se decidete di restare, non prendetevi troppa collera se i post saranno discontinui, evitate se possibile insulti e soprattutto lanci di frutta marcia, verdure di stagione, meglio se di agricoltura biologica, sono invece sempre bene accette. La mia “creatività”, se vogliamo definirla in modo iperbolico e presuntuoso, è un rubinetto che va a flusso altalenante, talvolta sgorga con violenza schizzando su tutto e lasciando magari molti schizzi di sporco e fango misto all’acqua, talvolta stilla poche avare gocce che però magari sono ben più limpide.

Altra importante avvertenza, non aspettatevi necessariamente coerenza sistematica e di contenuti. Questo spazio nasce con lo scopo di condividere in primis i miei arzigogoli nel campo della fiction narrativa e in generale miei contributi d’ingegno quali possono essere recensioni di opere letterarie e cinematografiche, o articoli di saggistica letteraria (ovviamente di genere). Non sono necessariamente contemplate opinioni su argomenti di attualità, né escluse a priori, ma non aspettatevene con troppa frequenza: Al di là del fatto che non seguo quasi per nulla i mass media diversi dal web.2 (non ho la televisione in casa, e ascolto la radio di solito negli orari in cui trasmette musica “quasi” ascoltabile, ovvero ora molto tarda), anche se fossi più documentato sull’attualità (ma chi ha detto poi che queste scelte mi rendono per forza meno documentato?), non sarei comunque in grado di esprimere con tempestività la mia opinione sui fatti del giorno, e di avere un’opinione su tutto: non mi riconosco in tale tipologia di persona, e in ogni caso ciò implicherebbe l’attitudine di cui al punto uno). Insomma, ci sarà, con un po’ di fortuna, di tutto un po’, possibilmente non politically correct, né in campo di fiction né di altre riflessioni.

Quindi cosa rimane?

In apparenza molto poco, la camera oscura è per definizione piena d’oscurità e in essa è difficile vedere qualcosa, difficile lo stesso orientamento, tuttavia proprio nella camera oscura è possibile far emergere forme e riflessi di luce sulla parete, e dare a esse nitidezza, cristallizzarle in quella eternizzazione di un attimo che è la fotografia, ma la mia camera oscura mi piace intenderla come un qualcosa di diverso del facile sinonimo di fotocamera, ma di uno spazio metaforico in cui sagome, frammenti, flash di vita emergono dall’ombra mostrandosi nella loro vera essenza, che spesso può sfuggire in un contesto di sovraesposizione. La camera oscura è un test, perché nell’oscurità, senza coordinate né parametri di direzione, la mente aperta ed elastica tira fuori tutte le sue insospettabili risorse. Le mie, per potervi rendere la lettura dei miei contributi un’esperienza piacevole, la vostra, per sopravvivere a essi…

Indi, benvenuti nella camera oscura e buona permanenza tra le mie ombre.

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri